A Colico, nel Lecchese, un gruppo di europarlamentari ha attraversato i cancelli di un impianto di trattamento rifiuti. Non per un sopralluogo formale, ma per toccare con mano cosa significa realmente economia circolare quando non è solo una parola su un documento. L’evento “Impianti Aperti on the Road”, organizzato da Assoambiente, ha portato i legislatori europei a confrontarsi con chi gestisce quotidianamente tonnellate di materiali che altrimenti finirebbero in discarica. È da questa visita che emerge una domanda sempre più urgente: il Circular Economy Act, così come ipotizzato dalla Commissione, è pronto a trasformare davvero il settore o rischia di restare un esercizio di stile?
Il contesto: da Colico un segnale agli europarlamentari
L’impianto del gruppo Seval ha mostrato ai visitatori il funzionamento reale di una filiera del riciclo. Gli europarlamentari hanno potuto osservare il trattamento dei rifiuti dal conferimento fino alla selezione dei materiali destinati al recupero. Non una vetrina, ma una dimostrazione operativa di ciò che l’economia circolare richiede agli impianti.
Il messaggio che emerge da questi incontri è chiaro: senza un quadro normativo adeguato, gli sforzi degli operatori rischiano di restare frammentari. Il Circular Economy Act promette di colmare questo vuoto, ma le aspettative del settore sono alte e le criticità ancora da sciogliere.
Chi opera quotidianamente negli impianti sa che la differenza tra un prodotto riciclabile e uno che finisce in discarica si gioca spesso sulla progettazione, non sul trattamento finale.
Cosa prevede il Circular Economy Act
Il pacchetto normativo europeo introduce obiettivi vincolanti per il riciclo e la riduzione dei rifiuti. Il testo base prevede il raggiungimento del 65% di riciclo per i rifiuti urbani entro il 2035, con una limitazione delle discariche al 10%. Per i rifiuti di imballaggio, le percentuali diventano ancora più stringenti: si parla del 70% per plastica, acciaio, alluminio e vetro.
Ma il Circular Economy Act non si limita ai numeri. Introduce il principio della “progettazione per il riciclo”, che obbliga i produttori a immettere sul mercato beni facilmente smontabili e recuperabili. È un cambio di paradigma che sposta la responsabilità a monte della filiera.
Obiettivi chiave del Circular Economy Act
65% riciclo rifiuti urbani entro 2035
10% massimo conferimento in discarica
70% riciclo imballaggi entro 2030
FPER: nuovi obblighi di tracciabilità
Decarbonizzazione e autonomia strategica: il legame che nessuno vuole più ignorare
Durante l’incontro di Colico, il tema dell’autonomia strategica europea è emerso con forza. La dipendenza da materie prime critiche — dalle terre rare ai metalli strategici — è stata identificata come un punto debole del sistema produttivo continentale. Il Circular Economy Act risponde a questa esigenza promuovendo il recupero di materiali secondari che riducono la necessità di estrazione.
Il legame con la decarbonizzazione è altrettanto evidente. Il riciclo di alluminio, ad esempio, richiede il 95% in meno di energia rispetto alla produzione da bauxite. Per l’acciaio, il risparmio energetico supera il 70%. Questi numeri spiegano perché la gestione rifiuti non può più essere considerata un costo, ma un investimento strategico.
Implicazioni concrete per le aziende italiane
Per le imprese che operano nel settore della sostenibilità ambientale, il Circular Economy Act porta con sé sfide immediate. Gli obblighi di tracciabilità (i cosiddetti sistemi elettronici di tracciabilità dei rifiuti) diventeranno la norma, non l’eccezione. Chi non si adegua rischia sanzioni e, peggio, l’esclusione da mercati sempre più esigenti in termini di credenziali ambientali.
La Lombardia, con i suoi 10 milioni di abitanti e un tessuto industriale denso, rappresenta un caso emblematico. La regione ha già raggiunto percentuali di riciclo superiori alla media nazionale, ma il margine di miglioramento resta significativo. Il Piano Regionale Gestione Rifiuti dovrà essere aggiornato per allinearsi agli obiettivi europei.
| Materia | Obiettivo 2030 | Obiettivo 2035 |
|---|---|---|
| Rifiuti urbani riciclati | 60% | 65% |
| Rifiuti imballaggio | 70% | 75% |
| Conferimento in discarica | 25% | 10% |
Quando entra in vigore e cosa devono fare i produttori
Il Circular Economy Act segue un iter legislativo che prevede l’entrata in vigore graduale delle diverse disposizioni. Le prime misure diventeranno operative entro il 2025, mentre gli obiettivi più ambiziosi sono fissati per il 2030-2035. Per le aziende, questo significa avere un orizzonte temporale definito per l’adeguamento.
I produttori di beni dovranno ripensare l’intero ciclo di vita dei propri prodotti. Non basta più conferire correttamente gli scarti: occorre progettare fin dall’origine tenendo conto del fine vita. È una rivoluzione concettuale che richiede competenze nuove e partnership con operatori della gestione rifiuti capaci di garantire servizi integrati.
L’industria del riciclo non è più un settore marginale: è il motore di una transizione che ridefinirà la competitività dell’intera economia europea.
Chi ha seguito per decenni l’evoluzione del settore ricorda quando la circular economy era un concetto accademico, discusso in convegni con partecipazione limitata. Oggi quegli stessi temi approdano nei programmi degli europarlamentari che visitano impianti in provincia di Lecco. Il salto è quantitativo e qualitativo insieme.
Domande frequenti
Cos’è esattamente il Circular Economy Act?
È il pacchetto normativo proposto dalla Commissione Europea per accelerare la transizione verso un’economia circolare, introducendo obiettivi vincolanti di riciclo e limiti stringenti al conferimento in discarica.
Quali materiali sono più coinvolti dal Circular Economy Act?
I settori prioritari sono plastica, acciaio, alluminio, vetro e carta. Per questi flussi sono previsti obiettivi di riciclo più elevati e obblighi specifici di progettazione.
Quando saranno operative le nuove norme?
Le prime disposizioni entreranno in vigore gradualmente a partire dal 2025, con gli obiettivi principali fissati per il 2030 e il 2035.
Come devono adeguarsi le aziende?
Occorre implementare sistemi di tracciabilità dei rifiuti, ripensare la progettazione dei prodotti e stipulare accordi con operatori qualificati per la gestione dei materiali a fine vita.
Il Circular Economy Act influisce sulla decarbonizzazione?
Direttamente sì. Il riciclo di materiali come alluminio e acciaio riduce drasticamente i consumi energetici e le emissioni di CO2, contribuendo agli obiettivi climatici europei.
La visita degli europarlamentari a Colico ha rappresentato più di un gesto simbolico. Ha offerto l’occasione per misurare la distanza tra le aspettative legislative e la realtà operativa degli impianti. Il Circular Economy Act pone le basi per un cambiamento strutturale, ma il successo dipenderà dalla capacità di tutti gli attori coinvolti — produttori, gestori, istituzioni — di remare nella stessa direzione. Per chi ha costruito competenze solide in mezzo secolo di attività nel settore ambientale, questa transizione non è un ostacolo, ma la conferma che il percorso intrapreso era quello giusto.